«Padre» è la parola che non può mai mancare nella preghiera, perché è «la pietra d’angolo» che «ci dà l’identità cristiana». Se si aggiunge anche la parola «nostro», ecco che ci possiamo sentire tutti parte di «una famiglia». E così riusciamo anche a «non sprecare parole» o a cercare «parole magiche», ma a vivere fino in fondo la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato — il Padre nostro appunto — soprattutto quando ci invita a saper perdonare gli altri.

«Alcune volte  i discepoli avevano chiesto a Gesù: “Maestro, insegnaci a pregare”». Infatti loro «non sapevano pregare o vedevano come pregavano i discepoli di Giovanni e hanno chiesto a Gesù». Da parte sua. il Signore «è chiaro, semplice, nel suo insegnamento: “Primo — dice — pregando, nella preghiera, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole”».

«Forse Gesù  aveva in mente i profeti di Baal, sul monte Carmelo, che gridavano nella preghiera al loro idolo, al loro dio». Quei sacerdoti di Baal «pregavano, saltavano da una parte all’altra, si facevano incisioni: no, questo è spreco, sprecare parole; no, questa non è preghiera». I pagani, dice Gesù, «credono di venire ascoltati a forza di parole», come fossero quasi «parole magiche». Per questo egli raccomanda: «non siate come loro, Dio non ha bisogno di parole», perché «il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, prima ancora che gliele chiediate».

«Gesù mette da parte questa preghiera delle parole, soltanto le parole», e dice: «Voi dunque pregate così». Perciò «lui ci indica proprio lo spazio della preghiera in una parola: “Padre”». Dio infatti «sa di quali cose abbiamo bisogno, prima che noi le chiediamo; questo Padre che di nascosto, ci ascolta di nascosto, nel segreto, come lui, Gesù, consiglia di pregare: nel segreto». Un Padre «che ci dà proprio l’identità di figli». Così «quando io dico “Padre” arrivo fino alle radici della mia identità: la mia identità cristiana è essere figlio e questa è una grazia dello Spirito». Tanto che «nessuno può dire “Padre” senza la grazia dello Spirito».

«Padre» «è la parola che Gesù usava nei momenti più forti: quando era pieno di gioia, di emozione: “Padre, ti rendo lode, perché tu riveli queste cose ai bambini». Oppure «piangendo, davanti alla tomba del suo amico Lazzaro: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”». E ancora, nell’angoscia, «nei momenti finali della sua vita: “Padre, se è possibile che questo calice passi via da me, fatelo”». Poi «quando tutto è finito» dice: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”». Insomma «nei momenti più forti Gesù dice: “Padre”, è la parola che più usa». E «lui parla col Padre: è la strada della preghiera e, per questo, io mi permetto di dire, è lo spazio di preghiera».

Ecco perché, «senza sentire che siamo figli, senza sentirsi figlio, senza dire “Padre”, la nostra preghiera è pagana, è una preghiera di parole». Certo è bene «pregare la Madonna, perché è una figlia molto amata dal Padre». Lo stesso vale per i santi che «sono amati tutti dal Padre» e intercedono per noi. E anche per gli angeli. «Ma la pietra d’angolo della preghiera è “Padre”»  . Perché «se tu non sei capace di incominciare la preghiera, dicendo col cuore e con la bocca questa parola, “Padre”, la preghiera non andrà bene».

Si tratta di «sentire lo sguardo del Padre su di me, sentire che quella parola “Padre” non è uno spreco come le parole delle preghiere dei pagani: è una chiamata a colui che mi ha dato l’identità di figlio». Proprio «questo è lo spazio della preghiera cristiana — “Padre” — e in questo contesto preghiamo tutti i santi, gli angeli, facciamo anche le processioni, i pellegrinaggi». È «tutto bello  ma sempre incominciando con “Padre” e nella consapevolezza che siamo figli e che abbiamo un Padre che ci ama e che conosce i nostri bisogni tutti: questo è lo spazio».

Ma «c’è una cosa curiosa; Gesù recita il “Padre nostro”, la preghiera che tutti sappiamo, e insegna a pregare così: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”». E «subito, subito» aggiunge: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli, perdonerà anche a voi. Ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Sembra quasi «che Gesù avesse dimenticato di sottolineare quello che era nella preghiera che aveva detto — “e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” — e continua “non ci indurre” e poi “ma no, devo sottolineare questo!”».

Dunque «se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia». Se invece «noi siamo arrabbiati l’uno con l’altro, siamo in guerra, ci odiamo, ostacoliamo l’amore del Padre».

Dire «Padre nostro», insomma, significa dire: «Tu che mi dai l’identità e tu che mi dai una famiglia». Per questo «è tanto importante la capacità di perdono, di dimenticare le offese, quella sana abitudine: “ma, lasciamo perdere… che il Signore faccia lui” e non portare il rancore, il risentimento, la voglia di vendetta». Così «se tu vai a pregare e dici soltanto “Padre”, pensando a colui che ti ha dato la vita e ti dà l’identità e ti ama, e dici “nostro” perdonando tutti, dimenticando le offese, è la migliore preghiera che tu possa fare».

(Papa Francesco)