Il l brano evangelico di Marco (9, 14-29) racconta la guarigione di un ragazzo posseduto dal demonio. Papa  «Gesù  scendeva dal monte dove era stato trasfigurato e si trova con questa gente inquieta, in disordine: discutevano, gridavano». Così «Gesù domanda cosa succede, il chiasso viene meno» e lui inizia un dialogo con il papà del ragazzo posseduto, mentre «tutti ascoltano in silenzio». Quando, alla fine, Gesù lo libera, «il fanciullo diventò come morto» si legge nel Vangelo, tanto che molti lo credevano tale. Ma «Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi». Il ragazzo era finalmente guarito e poteva tornare a casa con la sua famiglia.

Dunque, «tutto quel disordine, quella discussione, finisce in un gesto: Gesù che si abbassa e prende il bambino». Sono proprio «questi gesti di Gesù che ci fanno pensare». Infatti «Gesù quando guarisce, quando va tra la gente e guarisce una persona, mai la lascia sola». Perché «non è un mago, uno stregone, un guaritore che va e guarisce» ma poi continua per la sua strada. Egli invece «fa tornare ognuno al suo posto, non lo lascia per strada».

«Pensiamo  a quella fanciulla, la figlia di Giairo. Quando la fa tornare alla vita, guarda i genitori e dice: datele da mangiare!». Con quel gesto rassicura il padre, come a dirgli: «Tua figlia torna a casa, torna in famiglia». Lo stesso fa anche con «Lazzaro quando esce dalla tomba», invitando i presenti a liberarlo dalle bende e ad aiutarlo a camminare.

Con tutti questi gesti «Gesù sempre ci fa tornare a casa, mai ci lascia sulla strada soli». È uno stile che si riscontra «anche nelle parabole». Così, per esempio, «quella moneta perduta è finita nel portafoglio della donna con le altre. E quella pecora smarrita è riportata alla stalla con le altre».

Del resto «Gesù è figlio di un popolo. Gesù è la promessa fatta a un popolo». Dal suo atteggiamento si riconosce dunque «la sua identità, anche appartenenza a quel popolo che da Abramo cammina verso la promessa». E proprio «questi gesti di Gesù ci insegnano che ogni guarigione, ogni perdono, sempre ci fa tornare al nostro popolo che è la Chiesa».

«Tante volte a quelli che erano stati allontanati, perché condannati vivi dai loro concittadini, Gesù fa gesti inspiegabili, che non si capiscono bene. Ma sono gesti rivoluzionari». Tra gli altri, «pensiamo a Zaccheo, che davvero è un grande truffatore e anche traditore della patria»; eppure Gesù «fa festa a casa sua». E «pensiamo a Matteo, un altro traditore della patria che dava i solidi ai romani». E di nuovo Gesù «fa festa a casa sua: un bel pranzo!». L’insegnamento pratico è che «Gesù quando perdona fa sempre tornare a casa». Per questo «non si può capire Gesù senza il popolo dal quale viene, il popolo scelto di Dio, il popolo di Israele. E senza il popolo che lui ha chiamato intorno a sé: la Chiesa».

Questi gesti di tanta tenerezza di Gesù  ci fanno capire che la nostra dottrina, diciamo così, o il nostro seguire Cristo, non è un’idea. È un continuo rimanere a casa. E se ognuno di noi ha la possibilità, e la realtà, di andarsene da casa per un peccato o per uno sbaglio, Dio lo sa, la salvezza è tornare a casa: con Gesù nella Chiesa». Dunque attraverso «gesti di tenerezza, a uno a uno, il Signore ci chiama così nel suo popolo, dentro la sua famiglia: la nostra madre, la santa Chiesa».

(Papa Francesco)