«oggi la liturgia ci fa riflettere su questo, e anche su un modo particolare di compagnia, di aiuto che il Signore  ha dato a tutti: gli angeli custodi». Ognuno di noi, «ne ha uno; ne ha uno che ci accompagna». E proprio «nella preghiera, all’inizio della messa, abbiamo chiesto la grazia che nel cammino della vita siamo sorretti dal suo aiuto per poi godere, con loro, nel cielo».

Siamo «sorretti proprio dal loro aiuto: l’angelo che cammina con noi».

L’angelo custode «è sempre con noi e questa è una realtà: è come un ambasciatore di Dio con noi». E, sempre nel passo del libro dell’Esodo, proprio «il Signore ci consiglia: “Abbi rispetto della sua presenza!”». Così «quando noi, per esempio, facciamo una cattiveria e pensiamo» di essere soli, dobbiamo ricordarci che non è così, perché «c’è lui». Ecco, allora, l’importanza di «aver rispetto della sua presenza» e di «dare ascolto alla sua voce, perché lui ci consiglia». Perciò «quando sentiamo quell’ispirazione “Ma fa’ questo… questo è meglio… questo non si deve fare…”», il consiglio giusto è di ascoltarla e non di ribellarci all’angelo custode.

«Il mio nome è in lui» . E «lui ci consiglia, ci accompagna, cammina con noi nel nome di Dio». È sempre il libro dell’Esodo a indicare l’atteggiamento migliore: «Se tu dai ascolto alla sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari». Ma «cosa vuol dire?». La risposta di Dio è chiara: «io sarò il tuo difensore, sarò sempre a difenderti, a custodirti. “Io!” dice il Signore, ma perché tu hai ascoltato i consigli, l’ispirazione dell’angelo».

Magariin alcune occasioni pensiamo di poter «nascondere tante cose»: è vero, «possiamo nasconderle». Eppure «il Signore ci dice che possiamo nascondere tante cose brutte, ma alla fine tutto si saprà». E «la saggezza del popolo dice che il diavolo fa le pentole, non i coperchi». Alla fine, perciò, «si sa tutto»; e «questo angelo, che noi tutti abbiamo, è per consigliarci, andare sul cammino». Dunque «è un amico, un amico che noi non vediamo, ma che sentiamo; è un amico che sarà con noi in cielo, nella gioia eterna».

«Dio ci manda l’angelo  per liberarci, per allontanare il timore, per allontanarci dalla sventura». Ci «chiede soltanto di ascoltarlo, di rispettarlo»; dunque «soltanto questo: rispetto e ascolto». E «questo rispetto e ascolto a questo compagno di cammino si chiama docilità: il cristiano deve essere docile allo Spirito Santo», ma «la docilità allo Spirito Santo incomincia con questa docilità ai consigli di questo compagno di cammino».

È «l’icona del bambino» che Gesù sceglie «quando vuol dire come deve essere un cristiano». Ce lo rammenta il passo liturgico di Matteo (18, 1-5.10): «Chiunque si farà piccolo come questo bambino» sarà più grande nei cieli; e «guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».

Queste parole di Gesù significano «che la docilità a questo compagno di cammino ci fa come bambini: non superbi, ci fa umili; ci fa piccoli; non sufficienti come quello orgoglioso e superbo. No, come un bambino!». Proprio «questa è la docilità che ci fa grande e ci porta in cielo».

(Papa Francesco)