Nel Vangelo del giorno, quello di Luca (5, 1-11)  Pietro viene invitato a gettare le reti nonostante una nottata di pesca inconcludente. «È la prima volta che accade questo fatto, questa pesca miracolosa. Ma dopo la risurrezione ce ne sarà un’altra, con caratteristiche che si assomigliano» .

Innanzitutto, Gesù andava sulle strade, «il più del suo tempo lo passava sulle strade, con la gente; poi in tarda serata se ne andava da solo a pregare». Egli, dunque, «incontrava la gente», la cercava. Ma la gente come incontrava Gesù? Sostanzialmente in «due maniere». Una è proprio quella che si ritrova in Pietro e che è poi la stessa «che aveva il popolo». Il Vangelo «usa la stessa parola per questa gente, per il popolo, per gli apostoli, per Pietro»: ovvero che costoro, nell’incontrare Gesù, «sono rimasti “stupiti”». Pietro, gli apostoli, il popolo, manifestano «questo sentimento di stupore» e dicono: «Ma, questo parla con autorità».

Al contrario, nei vangeli si legge di «un altro gruppo che incontrava Gesù» ma che «non lasciava che entrasse nel loro cuore lo stupore». Sono i dottori della legge, i quali sentivano Gesù e facevano i loro calcoli: «È intelligente, è un uomo che dice le cose vere, ma a noi non convengono queste cose». In pratica, «prendevano distanza». C’erano poi anche altri «che ascoltavano Gesù», ed erano i «demoni»,

«Siano i demoni, siano i dottori della legge, i cattivi farisei, non avevano la capacità dello stupore, erano chiusi nella loro sufficienza, nella loro superbia».

Invece il popolo e Pietro ne avevano di stupore. «Qual è la differenza?» . Di fatto Pietro «confessa» ciò che confessano i demoni. «Quando Gesù a Cesarea di Filippo domanda: “Chi sono io?”» ed egli risponde «Tu sei il figlio di Dio, tu sei il Messia», Pietro «fa la confessione, dice chi è lui». E anche i demoni fanno lo stesso, riconoscono che Gesù è il figlio di Dio. Ma Pietro aggiunge «un’altra cosa che non dicono i demoni». Parla, cioè, di se stesso e dice: «Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore». Né i farisei, né i dottori della legge, né i demoni, «possono dire questo», non ci riescono. «I demoni  arrivano a dire la verità su di lui, ma su di loro non dicono nulla», perché «la superbia è tanto grande che gli impedisce di dirlo».

Anche i dottori della legge riconoscono: «Ma questo è intelligente, è un rabbino capace, fa dei miracoli». Ma non sono capaci di aggiungere: «Noi siamo superbi, non siamo sufficienti, noi siamo peccatori».

Ecco allora l’insegnamento che vale per ognuno: «L’incapacità di riconoscerci peccatori ci allontana dalla vera confessione di Gesù Cristo». Proprio questa «è la differenza». Lo fa intendere lo stesso Gesù «in quella bella parabola del pubblicano e del fariseo nel tempio», in cui si incontra «la superbia del fariseo davanti all’altare». L’uomo parla bene di se stesso, ma non dice mai: «Io sono peccatore, io ho sbagliato». Di fronte a lui si contrappone «l’umiltà del pubblicano che non osa levare gli occhi», e soltanto dice: «Pietà, Signore, sono peccatore». Ed è proprio «questa capacità di dire che siamo peccatori» ad aprirci «allo stupore dell’incontro di Gesù Cristo, il vero incontro».

«Anche nelle nostre parrocchie, nelle nostre società, anche tra le persone consacrate: quante persone sono capaci di dire che Gesù è il Signore? Tante!». Ma è difficile sentir «dire sinceramente: “Sono un peccatore, sono una peccatrice”». Probabilmente, «è più facile dirlo degli altri, quando si chiacchiera» e si addita: «Questo, quello, questo sì…». In ciò, «tutti siamo dottori».

Invece, «per arrivare a un vero incontro con Gesù è necessaria la doppia confessione: “Tu sei il Figlio di Dio e io sono un peccatore”». Ma «non in teoria»: dobbiamo essere onesti con noi stessi, capaci di individuare i nostri errori e ammettere: sono peccatore «per questo, per questo, per questo e per questo…».

Tornando alla vicenda evangelica, Pietro in seguito forse avrà «dimenticato questo stupore dell’incontro», quello stupore che aveva avuto quando Gesù gli disse: «Tu sei Simone, figlio di Giona, ma ti chiamerai Pietro». Tanto che un giorno lo stesso Pietro «che fa questa doppia confessione» rinnegherà il Signore. Però, essendo «umile», si lascia anche «incontrare dal Signore e quando i loro sguardi si incontrano, lui piange, torna alla confessione: “Sono peccatore”».

«Il Signore ci dia la grazia di incontrarlo ma anche di lasciarci incontrare da lui». La grazia, «tanto bella», dello «stupore dell’incontro», ma anche «la grazia di avere la doppia confessione nella nostra vita: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo, credo. E io sono un peccatore, credo”».

(Papa Francesco