Soldi, vanità e potere» non rendono felice l’uomo. I veri tesori, le ricchezze che contano, sono «l’amore, la pazienza, il servizio agli altri e l’adorazione di Dio».

«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». Insomma  «il consiglio di Gesù è semplice: non accumulate per voi tesori sulla terra! È un consiglio di prudenza». Tanto che Gesù aggiunge: «Guarda, questo non serve a niente, non perdere tempo!».

Sono tre, in particolare, i tesori dai quali Gesù mette in guardia a più riprese. «Il primo tesoro è l’oro, i soldi, le ricchezze». E infatti «non sei sicuro con questo» tesoro, «perché forse te lo ruberanno. Non sei sicuro con gli investimenti: forse crolla la Borsa e tu rimani senza niente!». E «poi dimmi: un euro in più ti fa più felice o no?». Dunque «le ricchezze sono un tesoro pericoloso». Certo, possono anche servire «per fare tante cose buone», per esempio «per portare avanti la famiglia». Ma «se tu le accumuli come un tesoro, ti rubano l’anima». Per questo «Gesù nel Vangelo torna su questo argomento, sulle ricchezze, sul pericolo delle ricchezze, sul mettere le speranze nelle ricchezze». E dice di stare attenti perché è un tesoro «che non serve».

Il secondo tesoro di cui parla il Signore «è la vanità», cioè cercare di «avere un prestigio, di farsi vedere». Gesù condanna sempre questo atteggiamento: «Pensiamo a cosa dice ai dottori della legge quando digiunano, quando danno l’elemosina, quando pregano per farsi vedere». Del resto, anche «la vanità non serve, finisce. La bellezza finisce».

L’orgoglio, il potere, «è il terzo tesoro» che Gesù indica come inutile e pericoloso. Una realtà evidenziata nella prima lettura della liturgia tratta dal secondo libro dei Re (11, 1-4.9-18.20), dove si legge la storia della «crudele regina Atalia: il suo grande potere durò sette anni, poi è stata uccisa». Insomma «tu sei lì e domani sei caduto», perché «il potere finisce: quanti grandi, orgogliosi, uomini e donne di potere hanno finito nell’anonimato, nella miseria o in prigione…».

Ecco, allora, l’essenza dell’insegnamento di Gesù: «Non accumulate! Non accumulate soldi, non accumulate vanità, non accumulate orgoglio, potere! Questi tesori non servono!». Piuttosto sono altri i tesori da accumulare,. Infatti «c’è un lavoro di accumulare tesori che è buono». Lo dice Gesù nella stessa pagina evangelica: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». Questo è proprio «il messaggio di Gesù: avere un cuore libero». Invece «se il tuo tesoro è nelle ricchezze, nella vanità, nel potere, nell’orgoglio, il tuo cuore sarà incatenato lì, il tuo cuore sarà schiavo delle ricchezze, della vanità, dell’orgoglio».

E «un cuore libero si può avere soltanto con i tesori del cielo: l’amore, la pazienza, il servizio agli altri, l’adorazione a Dio». Queste «sono le vere ricchezze che non vengono rubate». Le altre ricchezze — soldi, vanità, potere — «appesantiscono il cuore, lo incatenano, non gli danno la libertà».

Bisogna dunque puntare ad accumulare le vere ricchezze, quelle che «liberano il cuore» e ti rendono «un uomo e una donna con quella libertà dei figli di Dio». Si legge in proposito nel Vangelo che «se il tuo cuore è schiavo, non sarà luminoso il tuo occhio, il tuo cuore». Infatti «un cuore schiavo non è un cuore luminoso: sarà tenebroso!». Perciò «se noi accumuliamo tesori della terra, accumuliamo tenebre che non servono, non ci danno la gioia. Ma soprattutto non ci danno la libertà».

Invece «un cuore libero è un cuore luminoso, che illumina gli altri, che fa vedere la strada che porta a Dio». È «un cuore luminoso, che non è incatenato, è un cuore che va avanti e che anche invecchia bene, perché invecchia come il buon vino: quando il buon vino invecchia è un bel vino invecchiato!». Viceversa «il cuore che non è luminoso è come il vino non buono: passa il tempo e si guasta di più e diventa aceto».

(Papa Francesco)