La storia — e quindi la memoria che si ha di essa — e il servizio sono,  i «due tratti dell’identità del cristiano» sui quali ci fa riflettere «la liturgia di oggi».

Il richiamo è dato dal brano degli Atti degli apostoli (13, 13-25) in cui si legge che Paolo, arrivando ad Antiochia, «come abitualmente lui faceva, andò il sabato in sinagoga» e lì «fu invitato a parlare». Era questa, infatti, «un’abitudine degli ebrei di quel tempo» quando giungeva un ospite. Presa la parola, Paolo «cominciò a predicare Gesù Cristo». Ma «lui non disse: “Io predico Gesù Cristo, il Salvatore; è venuto dal Cielo; Dio lo ha inviato; ci ha salvato tutti e ci ha dato questa rivelazione”. No, no, no». Per spiegare chi è Gesù, l’apostolo «incomincia a raccontare tutta la storia del popolo». Si legge allora nella Scrittura: «Si alzò Paolo e fatto cenno con la mano disse: “Ascoltate, il Dio di questo popolo di Israele scelse i nostri padri…”». E, partendo da Abramo, Paolo «racconta tutta la storia».

Non è una scelta casuale. La stessa cosa fece «Pietro nei suoi discorsi, dopo la Pentecoste», e anche «Stefano, davanti al Sinedrio». Loro, cioè, «non annunziavano un Gesù senza storia», ma «Gesù nella storia del popolo, un popolo che Dio ha fatto camminare da secoli per arrivare a questa maturità, alla pienezza dei tempi, come dice Paolo». Da questo racconto si comprende che «quando questo popolo arriva alla pienezza dei tempi, viene il Salvatore, e il popolo continua a camminare perché questo Salvatore tornerà».

Ecco, allora, uno dei tratti della identità cristiana: «è essere uomo e donna di storia, capire che la storia non comincia con me e finisce con me». Tutto è cominciato, infatti, quando il Signore è entrato nella storia.

Proprio guardando a questa vicenda concreta che si è dipanata nei secoli e che continua ancora oggi,  se assumiamo «di essere uomini e donne di storia», ci rendiamo anche conto che questa è «storia di grazia di Dio, perché Dio avanzava col suo popolo, apriva la strada, abitava con loro». Ma è anche «storia di peccato». E «Quanti peccatori, quanti crimini…». Anche nel brano degli Atti degli apostoli, ad esempio, «Paolo menziona il re Davide, santo», ma che «prima di diventare santo è stato un grande peccatore». E questo vale «anche oggi» quando la «storia personale di ognuno» deve assumere «il proprio peccato e la grazia del Signore che è con noi». Dio infatti ci accompagna nel peccato «per perdonare», ci accompagna «nella grazia».

È quindi una realtà molto concreta che attraversa i secoli  «Noi  non siamo senza radici», abbiamo «radici profonde» che non dobbiamo mai dimenticare e che vanno dal «nostro padre Abramo fino ad oggi».

Comprendere però che non siamo soli, che siamo strettamente legati a un popolo che cammina da secoli significa anche comprendere un altro tratto caratteristico del cristiano e che è «quello che Gesù ci insegna nel Vangelo: il servizio». Nel brano di Giovanni proposto dalla liturgia del giovedì della quarta settimana di Pasqua, «Gesù lava i piedi ai discepoli. E dopo che ebbe lavato i piedi, disse loro: “In verità, in verità io vi dico, un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Io ho fatto questo con voi, voi fate lo stesso con gli altri. Io sono venuto da voi come servo, voi dovete farvi servi l’uno dell’altro, servire”».

Appare chiaro che «l’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo». Qualcuno, ha detto, potrebbe ribattere: «Ma padre, tutti siamo egoisti», ma questo «è un peccato, è un’abitudine dalla quale dobbiamo staccarci»; dobbiamo allora «chiedere perdono, che il Signore ci converta». Essere cristiano, infatti, «non è un’apparenza o anche una condotta sociale, non è un po’ truccarsi l’anima, perché sia un po’ più bella». Essere cristiano «è fare quello che ha fatto Gesù: servire. Lui è venuto non per essere servito, ma per servire».

Da qui alcuni suggerimenti  per la vita quotidiana di ciascuno di noi. Innanzitutto, «pensate a queste due cose: io ho senso della storia? Mi sento parte di un popolo che cammina da lontano?». Utile potrebbe essere «prendere la Bibbia, il Libro del Deuteronomio, capitolo 26, e leggerlo». Qui, s’incontra «la memoria, la memoria dei giusti» e «come il Signore vuole che noi siamo “memoriosi”», che ricordiamo, cioè, «il cammino percorso dal nostro popolo». E poi ci farà anche bene pensare: «nel mio cuore cosa faccio di più? Mi faccio servire dagli altri, mi servo degli altri, della comunità, della parrocchia, della mia famiglia, dei miei amici o servo, sono al servizio»?

«Memoria e servizio», quindi, sono i due atteggiamenti del cristiano, quelli con i quali anche si partecipa alla celebrazione eucaristica «che è proprio memoria del servizio che ha fatto Gesù; memoria reale, con Lui, del servizio che ci ha reso: dare la sua vita per noi».

(Papa Francesco)

 

 


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