Nella prima lettura, tratto dal libro del profeta Daniele (3, 25.34-43),  si legge del profeta Azaria che «era nella prova e ricordò la prova del suo popolo, che era schiavo». Ma, il popolo «non era schiavo per caso: era schiavo perché aveva abbandonato la legge del Signore, perché aveva peccato». Perciò Azaria prega così: «Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome! Non ritirare da noi la tua misericordia! Noi siamo diventati più piccoli, abbiamo peccato. Oggi siamo umiliati. Oggi chiediamo misericordia». Azaria, cioè, «si pente. Chiede perdono del peccato del suo popolo». Il profeta, quindi, «nella prova non si lamenta davanti a Dio», non dice: «Ma tu sei ingiusto con noi, guarda cosa ci accade adesso…». Egli afferma invece: «Abbiamo peccato e noi meritiamo questo». Ecco il dettaglio fondamentale: Azaria «aveva il senso del peccato».

Azaria non dice al Signore: «Scusa, abbiamo sbagliato». Infatti «chiedere perdono è un’altra cosa, è un’altra cosa che chiedere scusa». Si tratta di due atteggiamenti differenti: il primo si limita alla richiesta di scuse, il secondo implica il riconoscimento di aver peccato.

Il peccato infatti «non è un semplice sbaglio. Il peccato è idolatria», è adorare i «tanti idoli che noi abbiamo»: l’orgoglio, la vanità, il denaro, il «me stesso», il benessere. Ecco perché Azaria non chiede semplicemente scusa, ma «chiede perdono».

Nel brano liturgico del Vangelo di Matteo (18, 21-35)  Pietro pone una domanda a Gesù: «Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?». Nel Vangelo «non sono tanti i momenti in cui una persona chiede perdono». C’è, ad esempio, «la peccatrice che piange sui piedi di Gesù e bagna i piedi con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli»: in quel caso, «quella donna ha peccato molto, ha amato molto e chiede perdono». Poi si potrebbe ricordare l’episodio in cui Pietro, «dopo la pesca miracolosa, dice a Gesù: “Allontanati da me, ché io sono un peccatore”»: lì però lui «si accorge che non ha sbagliato, che c’è un’altra cosa dentro di lui». Ancora, si può ripensare a «quando Pietro piange, la notte del giovedì santo, quando Gesù lo guarda».

In ogni caso, sono «pochi i momenti in cui si chiede perdono». Ma nel brano proposto dalla liturgia Pietro chiede al Signore quale deve essere la misura del nostro perdono: «Sette volte, soltanto?». All’apostolo «Gesù risponde con un gioco di parole che significa “sempre”: settanta volte sette, cioè tu devi perdonare sempre».

Qui, si parla di «perdonare», non semplicemente di una richiesta di scuse per uno sbaglio: perdonare «a quello che mi ha offeso, che mi ha fatto del male, a quello che con la sua malvagità ha ferito la mia vita, il mio cuore».

Ecco allora la domanda per ciascuno di noi: «Qual è la misura del mio perdono?». La risposta può venire dalla parabola raccontata da Gesù, quella dell’uomo «al quale è stato perdonato tanto, tanto, tanto, tanti soldi, tanti, milioni», e che poi, ben «contento» del suo perdono, esce e «trova un compagno che forse aveva un debito di 5 euro e lo manda in carcere». L’esempio è chiaro: «Se io non sono capace di perdonare, non sono capace di chiedere perdono». Perciò «Gesù ci insegna a pregare così, il Padre: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”».

Innanzitutto, «chiedere perdono non è un semplice chiedere scusa» ma «è essere consapevoli del peccato, dell’idolatria che io ho fatto, delle tante idolatrie»; in secondo luogo, «Dio sempre perdona, sempre», ma richiede anche che io perdoni, perché «se io non perdono», in un certo senso è come se chiudessi «la porta al perdono di Dio». Una porta invece che dobbiamo mantenere aperta: lasciamo entrare il perdono di Dio affinché possiamo perdonare gli altri.

(Papa Francesco)