Nel passo evangelico di Marco (6, 7-13) proposto dalla liturgia  «abbiamo
ascoltato come Gesù chiama i suoi discepoli» e li invia a «portare il Vangelo: è lui che chiama». Il
Vangelo dice «che chiamò a sé e mandava e dava loro poteri: nella vocazione dei discepoli, il
Signore dà il potere: il potere per cacciare gli spiriti impuri per liberare, per guarire. Questo è il
potere che dà Gesù». Egli infatti «non dà il potere di manovrare o fare grandi imprese»; ma «il
potere, lo stesso potere che aveva lui, il potere che lui aveva ricevuto dal Padre, glielo consegna».
E lo fa con un «consiglio chiaro: andate in comunità, ma per il viaggio non prenderete nient’altro
che un bastone, né pane, né sacca, né denaro: in povertà!».
«Il Vangelo  è così tanto ricco e tanto forte che non ha bisogno di
fare grandi ditte, grandi imprese per essere annunciato». Perché il Vangelo «dev’essere
annunciato in povertà, e il vero pastore è quello che va come Gesù: povero, ad annunciare il
Vangelo, con quel potere». E «quando il Vangelo viene custodito con questa semplicità, con
questa povertà, si vede chiaramente che la salvezza non è una teologia della prosperità» ma «è
un dono, lo stesso dono che Gesù aveva ricevuto per darlo».

E  «cosa comanda di fare ai discepoli, qual è il suo programma pastorale?».
Semplicemente quello di «curare, guarire, alzare, liberare, cacciare via i demoni: questo è il
programma semplice». Che coincide con «la missione della Chiesa: la
Chiesa che guarisce, che cura». Tanto che «alcune volte io ho parlato della Chiesa
come di un ospedale da campo: è vero! Quanti feriti ci sono, quanti feriti! Quanta gente che ha
bisogno che le sue ferite siano guarite!».

(Papa Francesco)