a forza della preghiera  è il vero motore della vita della Chiesa,

La descrizione della preghiera accorata di Anna mostra «come lei quasi lotta col Signore», prolungando la sua implorazione con «animo amareggiato, piangendo dirottamente». Una preghiera che si risolve in un voto: «Signore, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me; se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita». Con grande umiltà, riconoscendosi «miserabile» e «schiava», ella ha fatto «il voto di offrire il figlio».

Dunque Anna,  «ce l’ha messa tutta per arrivare a quello che voleva»: la sua insistenza salta agli occhi e viene notata dall’anziano sacerdote Eli, il quale «stava osservando la sua bocca». Anna, infatti, «pregava in cuor suo», muovendo soltanto le labbra senza far udire la propria voce. È un’immagine intensa quella proposta dalla Scrittura, perché riflette «il coraggio di una donna di fede che con il suo dolore, con le sue lacrime, chiede al Signore la grazia».

Eli, non è cattivo, ma «un povero uomo»…

Questo anziano sacerdote «era caduto nel tepore, aveva perso la devozione» e «non aveva la forza di fermare i suoi due figli», che erano sacerdoti «ma delinquenti», loro sì, davvero cattivi «che sfruttavano la gente». Eli è, insomma, «un povero uomo senza forza» e, per questo, incapace di «capire il cuore di questa donna». Così vedendo Anna muovere le labbra, angosciata, pensa: «Ma questa ha bevuto troppo!». E l’episodio custodisce un insegnamento per tutti noi: «con quanta facilità  noi giudichiamo le persone, con quanta facilità non abbiamo il rispetto di dire: “Ma cosa avrà nel suo cuore? Non lo so, ma io non dico nulla”». E ha aggiunto: «Quando manca la pietà nel cuore, sempre si pensa male, si giudica male, forse per giustificare noi stessi».

Il fraintendimento di Eli è tale che «alla fine lui le disse: “Fino a quando rimarrai ubriaca?”». E qui emerge ancora l’umiltà di Anna, che non risponde: «Ma tu che sei vecchio, che ne sai?». Al contrario, la donna dice: «No, mio signore». E pur sapendo tutti cosa facessero i suoi figli, non rimprovera Eli rinfacciandogli: «I tuoi figli cosa fanno?». Invece gli spiega: «Io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».

E in ciò,  Anna ci ricorda Cristo: infatti «questa preghiera l’ha conosciuta Gesù nell’Orto degli Ulivi, quando era tanta l’angoscia e tanto il dolore che gli è venuto quel sudore di sangue, e non ha rimproverato il Padre: “Padre, se tu vuoi toglimi questo, ma sia fatta la tua volontà”». Al contrario, anche «Gesù ha risposto sulla stessa strada di questa donna: la mitezza». Da qui la constatazione di come a volte «noi preghiamo, chiediamo al Signore, ma tante volte non sappiamo arrivare proprio a quella lotta col Signore, alle lacrime, a chiedere, chiedere la grazia».

E quando Anna «spiega a quel sacerdote — che aveva perso tutto, tutto, tutta la spiritualità, tutta la pietà — perché piangeva, lui che l’aveva chiamata “ubriaca”, le dice: “Vai in pace e il Dio di Israele ti conceda quello che gli hai chiesto”. Ha fatto uscire da sotto la cenere il piccolo fuoco sacerdotale che era nelle braci».

Ecco allora l’insegnamento conclusivo. «La preghiera fa miracoli». E li fa anche a quei «cristiani, siano fedeli laici, siano sacerdoti, vescovi, che hanno perso la devozione».

Inoltre  «la preghiera dei fedeli cambia la Chiesa: non siamo noi, i Papi, i vescovi, i sacerdoti, le suore a portare avanti la Chiesa, sono i santi! E i santi sono questi», come la donna del brano biblico: «I santi sono quelli che hanno il coraggio di credere che Dio è il Signore e che può fare tutto».

(Papa Francesco)