Un sabato «Gesù era in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare con loro; e loro lo osservavano per vedere cosa facesse». Soprattutto,

«cercavano di prenderlo in un errore, anche facendogli delle trappole».

Ed ecco che irrompe nella scena un uomo ammalato. A questo punto Gesù rivolge ai farisei questa domanda: «È lecito o no guarire di sabato?». Come a dire: «È lecito fare il bene il sabato? O non farlo? E non fare il bene sempre, e fare il male?». Quella di Gesù è «una domanda semplice ma, come tutti gli ipocriti, loro tacquero, non dissero niente». Del resto,«tacevano sempre quando Gesù li metteva davanti alla verità», restavano «a bocca chiusa»; anche se «poi sparlavano dietro» e «cercavano come far cadere Gesù».

In pratica, «questa gente era tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato la giustizia; tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato l’amore». Ma «non solo alla legge; erano attaccati alle parole, alle lettere della legge». Per questo «Gesù li rimprovera», deplorando il loro atteggiamento: «Se voi, davanti ai bisogni dei vostri genitori anziani, dite: “Carissimi genitori, io vi amo tanto ma non posso aiutarvi perché ho dato tutto in dono al tempio”, chi è più importante? Il quarto comandamento o il tempio?».

Precisamente questo modo «di vivere, attaccati alla legge, li allontanava dall’amore e dalla giustizia: curavano la legge, trascuravano la giustizia; curavano la legge, trascuravano l’amore». Eppure «erano i modelli». Ma «Gesù per questa gente trova soltanto una parola: ipocriti!». Non si può, infatti, andare «in tutto il mondo cercando proseliti» e poi chiudere «la porta». Per il Signore si trattava di «uomini di chiusura, uomini tanto attaccati alla legge, alla lettera della legge: non alla legge», perché «la legge è amore», ma «alla lettera della legge». Erano uomini «che sempre chiudevano le porte della speranza, dell’amore, della salvezza, uomini che soltanto sapevano chiudere».

A questo punto ci si deve chiedere «qual è il cammino per essere fedeli alla legge senza trascurare la giustizia, senza trascurare l’amore». La risposta «è proprio il cammino che viene dall’opposto», h

È appunto «il cammino inverso: dall’amore all’integrità; dall’amore al discernimento; dall’amore alla legge». Paolo, infatti, afferma di pregare «perché la vostra carità, il vostro amore, le vostre opere di carità vi portino alla conoscenza e al pieno discernimento». Proprio «questa è la strada che ci insegna Gesù, totalmente opposta a quella dei dottori della legge». E «questa strada, dall’amore alla giustizia, porta a Dio». Solo «la strada che va dall’amore alla conoscenza e al discernimento, al pieno compimento, porta alla santità, alla salvezza, all’incontro con Gesù».

Invece «l’altra strada, quella di essere attaccati soltanto alla legge, alla lettera della legge, porta alla chiusura, porta all’egoismo». E conduce «alla superbia di sentirsi giusti, a quella “santità” — fra virgolette — delle apparenze». Tanto che «Gesù dice a questa gente: a voi piace farvi vedere dalla gente come uomini di preghiera, di digiuno». Si tratta solo di «farsi vedere». E «per questo Gesù dice alla gente: fate quello che dicono, ma non quello che fanno», perché «quello non si deve fare».

Ecco dunque «le due strade» che ci troviamo davanti. E con «piccoli gesti» Gesù ci fa capire qual è la strada che va «dall’amore alla piena conoscenza e al discernimento». Uno di questi gesti lo presenta Luca nel brano del Vangelo proposto dalla liturgia: «Gesù aveva quest’uomo davanti, malato, e quando i farisei non hanno risposto, cosa ha fatto Gesù?». Scrive l’evangelista: «Lo prese per mano, lo guarì e lo congedò». Dunque per prima cosa «Gesù si avvicina: la vicinanza è proprio la prova che noi andiamo sulla vera strada». Perché è quella «la strada che ha scelto Dio per salvarci: la vicinanza. Si avvicinò a noi, si è fatto uomo». E infatti «la carne di Dio è il segno; la carne di Dio è il segno della vera giustizia. Dio che si è fatto uomo come uno di noi e noi che dobbiamo farci come gli altri, come i bisognosi, come quelli che hanno bisogno del nostro aiuto».

 

(Papa Francesco)