Gesù invita i suoi discepoli a essere come i servi che attendono vigili il ritorno del padrone dalle nozze,

«Ma chi è questo signore, questo padrone, che viene da quella festa di nozze, che viene a notte alta?». La risposta viene dallo stesso Gesù: «Sono io che sono venuto a servirti, a stringermi le vesti, a farvi mettere a tavola, a servirvi».

Avere la fiducia del ritorno del padrone dalle nozze, di Gesù. Occorre «aspettarlo» ed essere sempre pronti: «Chi non aspetta Gesù, chiude la porta a Gesù, non lo lascia fare quest’opera di pace, di comunità, di cittadinanza; di più: di nome». Quel nome che ci ricorda chi realmente noi siamo: «figli di Dio».

Perciò «il cristiano è un uomo o una donna di speranza», perché «sa che il Signore verrà». E quando questo accadrà, anche se «non sappiamo l’ora», non vorrà più «trovarci isolati, nemici», bensì come lui ci ha resi grazie al suo servizio: «amici, vicini, in pace».

Per questo è importante chiedersi: «Come aspetto Gesù?». Ma soprattutto: «Io aspetto o non aspetto» Gesù? Tante volte, infatti, anche noi cristiani «ci comportiamo come i pagani» e «viviamo come se niente dovesse accadere». Dobbiamo fare attenzione a non essere come «l’egoista pagano», che agisce come se egli stesso «fosse un dio» e pensa: «Io mi arrangio da solo». Chi si regola in questa maniera «finisce male, finisce senza nome, senza vicinanza, senza cittadinanza». Ognuno di noi deve invece domandarsi: «Ci credo in questa speranza, che lui verrà?». E ancora: «Io ho il cuore aperto, per sentire il rumore, quando bussa alla porta, quando apre la porta?».

(Papa Francesco)