Questo incontro di Gesù o questo scontro con i capi, i dottori della legge, ci dice tanto: tanto di loro e tanto di Gesù».

«Ma possiamo soffermarci su tre parole: la testimonianza, la mormorazione e la domanda»

«Il brano evangelico ncomincia con una testimonianza: “In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”». Dunque «Gesù parlava con loro, andava a pranzo con loro», ma ecco che — si legge sempre nel passo evangelico — «i farisei e gli scribi, i dottori della legge, mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”».

La questione è che «Gesù dà testimonianza: una cosa nuova per quel tempo, perché andare dai peccatori ti rendeva impuro, come toccare un lebbroso». Davanti a questa testimonianza però «i dottori della legge si allontanavano: “Questo è un peccatore, non devo toccarlo, perché se lo tocco divengo impuro”». Invece «Gesù dà la testimonianza andando da loro».

«La testimonianza nella storia mai è stata una cosa comoda, sia per i testimoni — tante volte pagano con il martirio — sia per i potenti» . «Testimoniare è rompere un’abitudine, un modo di essere: rompere in meglio, cambiarla» quell’abitudine. «Per questo la Chiesa va avanti per mezzo delle testimonianze»   La testimonianza è quello che attrae e fa crescere la Chiesa».

«Gesù dà testimonianza»  e questa «è una cosa nuova, ma non tanto nuova perché la misericordia di Dio c’era anche nell’Antico testamento». Però, «questi dottori della legge non hanno capito mai cosa significasse» l’espressione «misericordia voglio e non sacrifici». Infatti, «leggevano ma non capivano cosa fosse la misericordia». Invece «Gesù, con il suo modo di agire, proclama questa misericordia con la testimonianza». Ed è per questo che «la testimonianza sempre rompe un’abitudine, fa crescere, va avanti e, anche, ti mette a rischio. Ma va avanti».

«Questa testimonianza di Gesù cosa provoca?». La risposta è nella seconda parola:  provoca «la mormorazione». Si legge nel Vangelo: «I farisei, gli scribi, i dottori della legge, mormoravamo dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”». Di fronte alle opere di Gesù, perciò, quelle persone «non dicevano “ma guarda quest’uomo sembra buono perché cerca di convertire i peccatori”. No, no, mormoravano». Con quello stile di «fare sempre il commento negativo per distruggere la testimonianza».

«Questa mormorazione, questo peccato di mormorazione  è quotidiano, sia nel piccolo sia nel grande». Sì, «anche nella propria vita, quante volte noi ci troviamo a mormorare perché non ci piace quello e l’altro». E così «invece di dialogare o cercare di risolvere una situazione conflittuale, di nascosto mormoriamo sempre a bassa voce, perché non c’è il coraggio di parlare chiaro».

Un modo di mormorare, «cosa che noi facciamo» ,che «si fa nelle piccole società, in parrocchia: quanto si mormora nelle parrocchie con tante cose!». Basta «una testimonianza che a me non piace o una persona che non mi piace, subito si scatena la mormorazione». E «in diocesi? Le lotte “intradiocesane”, le lotte interne delle diocesi: voi conoscete questo».

La mormorazione avviene «anche nella politica e questo è brutto: quando un governo non è onesto cerca di sporcare gli avversari con la mormorazione. Che sia diffamazione, calunnia, cerca sempre» di usare questi mezzi.

«La mormorazione è il nostro pane quotidiano sia a livello personale, famigliare, parrocchiale, diocesano, sociale» . Davvero «è proprio una scappatoia per non guardare la realtà, per non permettere che la gente pensi: tutto si nasconde con la mormorazione». E questo, «Gesù lo sa, ma Gesù è buono, Gesù è misericordioso e invece di condannarli per la mormorazione dà un passo». Ed «è la terza parola» : «la domanda».

In sostanza,Gesù «usa lo stesso metodo che usano» i suoi interlocutori. Il Vangelo infatti ci dice che «loro vanno da Gesù con domande sempre “per metterlo alla prova”, con cattiva intenzione». E così, ad esempio, gli domandano: «Maestro, è lecito pagare la tassa all’impero che ci fa schiavi e che ci ha tolto la patria?». Questa è una domanda posta a Gesù proprio per «metterlo alla prova» . Come anche quest’altra: «Maestro, io ho fatto un voto all’altare ma ho saputo che i miei genitori fanno la fame. È lecito che io tolga qualcosa da lì e lo dia ai genitori o no?». O ancora: «Maestro, è lecito ripudiare la moglie?». Insomma, sono persone che «vanno e cercano di metterlo alla prova per fargli proprio un tranello».

Però «Gesù usa lo stesso metodo», anche se «poi vedremo la differenza», e così «disse loro questa parabola, direttamente rivolta a loro: “Chi di voi, se ha cento pecore…”. Questa è la storia, come a dire “capite bene: chi di voi non custodisce tutto il gregge, anche la pecora che si è perduta, quella che è rimasta lontano, chi di voi è capace di lasciare le novantanove e andare a cercare quasi al buio, al tramonto, quella che si è perduta?”».

Ascoltando la parabola di Gesù, «la cosa ovvia, la cosa normale sarebbe che loro capissero» . Invece «cosa pensa questa gente davvero? “Ne ho novantanove, se ne è persa una, mah! Facciamo il calcolo: comincia il tramonto, è buio. Rischiare nel buio, andare? Lasciamo perdere questa e nel bilancio andrà a guadagno e perdite e salviamo queste».

Ma «questa è la logica farisaica  questa è la logica dei dottori della legge: “Chi di voi?”» domanda Gesù «e loro scelgono il contrario di quello che ha detto Gesù, per questo non vanno a parlare con i peccatori, non vanno dai pubblicani, non vanno perché “meglio non sporcarsi con questa gente, è un rischio, conserviamo i nostri”».

«Gesù è intelligente nel fare loro la domanda»  perché «entra nella loro casistica ma li lascia in una posizione diversa rispetto a quella giusta: “Chi di voi?”. E nessuno dice: “Sì, è vero”. Ma tutti: “No, no io non lo farei”». Ed è per questo che «sono incapaci di perdonare, di essere misericordiosi, di ricevere».

«Poi c’è un’altra parola,  ma per non allungarmi di un’ora la accennerò soltanto: la gioia». Perché «c’è la gioia, la festa, ma questa gente non sa della gioia: tutti coloro che seguono la strada dei dottori della legge non conoscono la gioia del Vangelo».

«Tre parole», dunque: «La testimonianza che è provocante, che fa crescere la Chiesa; seconda parola: la mormorazione che è come un custode, una guardia del mio interno perché la testimonianza non mi ferisca; terza, la domanda di Gesù». Quella domanda scaturita dalla parabola e noi aspettavamo che loro dicessero: “Sì, è vero, io andrò”» a cercare la pecora smarrita, «invece» la loro risposta è «no, no, lasciamola lì, salviamo queste». È «il pensiero opposto» rispetto a Gesù.

(Papa Francesco)